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luglio 1501 e 9 settembre 1943. Due date ugualmente funeste
nella storia tormentata e gloriosa della nostra Città.
Quanti di noi ricordando gli orrori della giornata
spietatamente limpida di fine estate di 66 anni fa,
troveranno in quella pagina di storia scritta cinque secoli
avanti impressionanti motivi d’identità, la stessa attesa di
uomini creduti alleati e rivelatisi improvvisamente
perversamente assetati di sangue, le stesse grida di dolore
e di disperazione, come 66 anni fa, morti, talvolta mutili e
irriconoscibili, giacenti insepolti per le strade e lungo il
fiume, grida di figli che il padre è impotente a soccorrere.
Una sola è la
differenza fra le due giornate funeste: noi non guardammo
negli occhi degli sparvieri che andarono veloci a macerare
il loro rimorso e non avemmo tempo e opportunità di buttar
loro in faccia il nostro disprezzo, i nostri padri invece
consumarono la loro umiliazione sotto il ghigno soddisfatto
di quella bestia senza Dio, la cui vita sembra dominata da
una ossessione costante, riscattare nella crudeltà il
marchio di figlio sacrilego. Ma anch’egli, dopo che ogni suo
disegno era naufragato e tanti delitti, scellerataggini e
assassinii erano stati commessi invano, imprigionato nella
fortezza spagnola di Medina del Campo, si divertiva a far
volare i suoi falconi e rallegravasi quando essi uccidevano
qualche inerme uccelletto. Sappiamo che fuggì presso il
cognato Giovanni di Albret, re di Navarra e un anno dopo
morì ucciso in battaglia.
Era il 12 marzo
1507. Aveva 31 anni: questo fu l’uomo della distruzione di
Capua. Astuto quanto mai, sempre presente a se stesso,
prevedeva tutto; ma senza Dio, non si può prevedere tutto.
Alla fine della vita ebbe a confidare al Machiavelli “che
aveva pensato a tutto quello che poteva nascere alla morte
di suo padre, Alessandro VI, e a tutto aveva trovato
rimedio, eccetto che non pensò mai alla sua morte, di stare
ancora lui per morire”. Certamente la piaga aperta nella
Città per quelle poche ore di ferocia devastatrice non
bastarono i secoli a chiuderla. Sacerdoti e religiosi
gettati nei pozzi o a fiume, innocenti creature violentate
nei monasteri. Veronica delle Vigne per evitare l’infamia si
precipitò nella cisterna di San Benedetto. Vittoria
Antignano nel fiume: in poche ore furono ammazzati circa
quattromila inermi cittadini. Si videro allora donne di
malaffare, che venivano al seguito delle truppe francesi,
spogliare i cadaveri per impadronirsi delle vesti.
Da quel giorno le
campane, le dolci campane di Capua, non suonarono più per un
mese: la città apparve un campo fumante dove abbia divampato
la più disumana di tutte le battaglie. C’era allora nel
posto dell’attuale chiesa una edicoletta consacrata alla
Vergine della Pietà, di cui una buona donna del popolo si
prendeva cura. La donna si chiamava Camilla Santella. E
Madonna della Santella era il titolo popolare che indicava
la Sacra Immagine. Si dice che questa Immagine abbia dato
segno di lutto in quel giorno terribile, elevando le mani
verso il capo in segno di costernazione e così rimase fino a
quando la pietà poco intelligente di buoni popolani
l'abbatté per farne una chiesa. Quanto sarebbe stato
delizioso ammirare ancora oggi, consunta dagli anni,
l’antica Madonna costernata della Santella.
Fu allora che
attorno alla pietà della Madre si intenerirono i figli e un
gruppo di fedeli, poi organizzati in Confraternita, si
dettero a seppellire i morti. E attraverso i secoli si parla
di una “ben tenuta Confraternita di 33 Confratelli che si
esercitano in molte opere pie, specialmente quella di
associare i cadaveri morti repentinamente, annegati nel
fiume, uccisi o assaliti da qualche altra disgrazia. Questo
pio ufficio la Confraternita osservò tanto gelosamente che
quando i parroci della Città reclamarono come proprio il
diritto di seppellire i morti, se ne fece causa e la S. Sede
determinò che se per le ore 24 il Parroco del luogo non
desse sepoltura a un simile cadavere, restasse in arbitrio
della Confraternita pigliarlo processionalmente e
seppellirlo”. (Granata – Santuarium Capuanum). E ancora
oggi, gelosa custode della sua unica e immensa storia,
continua l’opera di solidarietà e di carità nei confronti
dei più deboli e dei più bisognosi con l’unico e
insostituibile scopo di promulgare, fino alla fine dei
tempi, la fede nella dolce e dispensatrice di Grazie Maria
Santissima Madre di Dio.
Nel 508°
anniversario del Sacco di Capua - il 24 luglio 2009 |