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Domenica
7 dicembre 2008, alle ore 19.30, in Capua, a Palazzo Lanza,
in occasione del 60° anniversario della Carta per i Diritti
Umani l’associazione Architempo, in collaborazione con
Amnesty International, presenta
La poesia legge il
mondo:
letture dei poeti
Nadia Marino,
Marco Palasciano,
Luca Tescione,
Andy Violet,
con interventi del critico e ludolinguista
Edgardo Bellini
e
vignette estemporanee di
Simona Bassano di Tufillo
sul tema del
disastro ambientale in Campania.
In contemporanea, inaugurazione della mostra
Luce d’artista:
opere di
Livio Marino
Atellano,
Gerardo Del Prete,
Anna Giordano,
Antonio Iorio,
Marco Mattiello,
Clara Menerella,
Germaine Muller,
Anna Pozzuoli,
Mario Rossetti,
Paola Rossi,
Antonello Tagliafierro,
Paolo Ventriglia,
a cura di
Giuseppe Bellone
e
Laura Elia,
con interventi del filosofo e scrittore
Lucio Saviani.
Ed ecco qualche dato sui quattro poeti in gioco.
Di
Nadia Marino
scrive Peppe Lanzetta: «Un giorno stavo in auto ad
aspettare. Non sapevo cosa fare così presi una cartellina
che mi aveva dato una giornalista alla presentazione del mio
romanzo
Giugno Picasso.
Conteneva poesie che non avrei letto mai, se non le avessi
trovate davanti in un momento di noia, anche se conoscevo la
giornalista da anni. Eravamo amici.
Iniziai a leggere queste ballate e man mano che leggevo mi
sembrava di averle scritte. Leggevo delle Vele di Scampìa,
delle storie dei tossici, degli zingari, dei neri, di
puttane e travestiti, della passione, e vedevo i luoghi del
mio Bronx napoletano, quelli descritti nei miei libri.
Rimanevo sempre più stupito dalla somiglianza delle storie,
dal senso di appartenenza che mi emozionava leggendo.
Allora, ancora sotto l’emozione del momento, le telefonai e
le dissi con enfasi: “Ma tu sei un poeta!”.
Le galere quotidiane a cui fa riferimento l’autrice non sono
solo le brutte storie di povertà, di furti, di
tossicodipendenza, di segregazioni nei ghetti, come quello
di Villa Literno o nei Campi Nomadi, magari nell’inferno
delle Vele di Scampìa. Sono anche le galere che rinchiudono
le persone nel pregiudizio, nello stereotipo; oppure quelle
di ognuno di noi in preda alle passioni. I momenti in cui si
finisce per essere personaggi alla deriva per situazioni che
ci fanno cadere nella fossa dei serpenti, nella quale si
soccombe oppure dalla quale si esce più autentici, più
umani» [dal paratesto di
Galere].
Marco Palasciano
rappresenta per Edgardo Bellini «il vertiginoso e
spettacolare dominio della parola che conduce ad esiti di
commovente bellezza. Un florilegio di liriche (tra cui
Visita a
una discarica illegale di ceneri tossiche nella campagna tra
Napoli e Caserta)
di uno dei più geniali poeti contemporanei, per una corona
di minuti di limpido o torbido piacere musicale,
concettuale, passionale e trascendentale.
Nell’acrobatismo palascianesco delle forme e degli stili, la
contemporaneità si ibrida di continuo con i fantasmi della
tradizione classica: a lato della versificazione libera
fioriscono sestine, sonetti, ipersonetti, canti in terzine,
feste di settenari e endecasillabi, di rime e rimalmezzo,
dove Palasciano riesce nel miracolo di dare novissima
freschezza a materiali che in mano altrui saprebbero di
muffo.
Nel laboratorio del poeta si attuano, al contempo,
procedimenti di sintesi geometrica delle idee, e altri piú
misteriosi; né manca la ludolinguistica: si veda
Storia di un
umanesimo negato,
già il cui titolo è anagramma del sottotitolo,
Un sonetto ed i
suoi anagrammi.
Ma i vincoli formali non inficiano mai il contenuto, che
resta alto-poetico, con punte filosofiche di lacerante
dolcezza (e, in compenso, acri sprofondi osceni); a tutto
ciò si unisca che l’autore è anche attore, per nulla
accademico (benché presidente di un’Accademia): e si otterrà
che sarà impossibile annoiarsi» [Edgardo Bellini, introito a
una lectura Palasciani].
La poesia di
Luca Tescione
(che, laureato in Fisica subnucleare, lavora come
analista-programmatore) «nasce come equilibrato e delicato
punto di riflessione sulla propria esistenza, sulle
passioni, che sempre rendono il sangue bollente, e sul
disincanto, che fin troppo spesso si fa compagno di vita.
In questo senso la silloge diventa strumentale all’autore
per farsi specchio, guardarsi dentro e cercare di trovare il
bandolo di una matassa chiamata vita, che non di rado si
riavvolge e si conchiude in sé stessa. Ma nonostante sia
attraversata da una forte tensione emotiva, questa poesia è
estremamente delicata, non si lascia attirare nei facili
tranelli della autocommiserazione o al contrario di una
passionalità eccessiva e fine a sé stessa. Invece, con una
estrema grazia stilistica Luca Tescione si fa portavoce di
un sentire collettivo, per quanto doloroso, un sentire che
va a evidenziare le difficoltà dell’esistenza e in
particolare il precariato sentimentale di cui tutti
soffriamo.
Ecco quindi che la sua opera si apre con la denuncia di una
fondamentale stanchezza dell’anima, un dolore sordo che
sottolinea il senso di inutilità e di fatica di vivere che
abbraccia per forza di cose l’umanità intera» [dal paratesto
di
Miserie di metà vita].
Andy Violet
«è
un poeta di concetto, d’astrazione, a cui basta svuotare gli
oggetti e le persone per renderle forme poetiche, corpi
emozionali legati non a rotture, ma ad esitazioni metriche,
come messaggi registrati sul nastro di una segreteria
telefonica che annientano la capacità di capire e celebrano
la capacità di sentire.
Per fare questo, l’autore si serve di tutto: pezzi di testi
classici, turpiloqui e linguaggi settoriali, personaggi da
nouvelle vague e paesaggi condensati, come visti dall’oblò
di una nave – lasciando erompere dalle guide uno strano
senso di metafisica anche nelle azioni più turpi: il custode
dell’obitorio necrofilo in
Nekrolog
non riesce ad accendere in noi la ripugnanza, l’ermafrodito
ci appare come il nodo plotiniano del mondo, il masochismo
strisciante assume il ruolo di liberazione del sé dalla
coscienza in
Amare è servire.
Accanto a temi forti di palese natura sessuale, Andy Violet
accosta con spiazzante garbo piccoli resoconti di viaggio,
come
Islanda,
quasi idillica. Ma è nella lirica amorosa che la musa
dell’autore trova la sua forma migliore: la descrizione del
volto di Corrado nell’omonima poesia, lo spossante viaggio
in un albergo in cui gli specchi “all’improvviso non sanno
più parlare”, conferiscono alla sua penna il dono
dell’immediatezza, di una scrittura sorgiva,
dall’ispirazione compatta, senza bisogno di mediate
ricostruzioni che altrove fanno la loro comparsa e smorzano
il moto emozionale» [Nicola Amendola – Mario Delia, dalle
rispettive recensioni a
Mutae Divae]. |